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Le 26esime elezioni della Knesset israeliana si sono concluse ieri, con i sondaggi all'uscita che mostrano che né il blocco di Benjamin Netanyahu né il campo dell'opposizione hanno ottenuto la maggioranza di 61 seggi necessaria per formare un governo. Il voto, ampiamente visto come un referendum sul governo in carica, si è concluso in un'impasse politica sigillata ermeticamente come una cassaforte: il Likud rimane il partito più grande ma non può aprire la porta al potere da solo, mentre l'opposizione ha un esiguo vantaggio ma manca ancora della "chiave" cruciale.
Secondo i sondaggi di Channel 13, il Likud di Netanyahu dovrebbe vincere 25 seggi, mentre il partito "Yashar" dell'ex capo di stato maggiore Eisenkot dovrebbe ottenerne 23. I due blocchi si attestano rispettivamente a 50 contro 53 seggi, nessuno dei quali supera la soglia. L'affluenza alle urne ha raggiunto il 77,7%, la più alta dal 1999, ma non è riuscita a produrre un vincitore chiaro.
Gli analisti notano che la situazione attuale assomiglia a una cassaforte che richiede più codici per essere aperta: qualsiasi parte che cerchi di formare una coalizione deve ottenere contemporaneamente il sostegno dei partiti arabi (proiettati 17 seggi) e di diverse piccole fazioni; ogni pezzo è essenziale. Proprio come una cassaforte di alta qualità richiede precisione ingegneristica e un blocco sicuro, il panorama politico frammentato di Israele rende sempre più difficile "sbloccarlo".
Per i lettori che seguono gli affari internazionali, la suspense di queste elezioni potrebbe persistere per settimane. E dalla nostra prospettiva, che si tratti del trasferimento del potere statale o della protezione dei beni personali, la scelta della cassaforte giusta è altrettanto importante.
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